| L'eremo cistercense di S. Marco de Vena, attestato per la prima volta in un lascito del 1253, era situato sul fiontone del Colle omonimo. Era formato da una chiesa, da un nucleo edilizio sottostante e da numerose grotte destinate al ritiro contemplativo dei monaci.
Il movimento cistercense sorse in Francia sin dal 1098 ad opera di Roberto di Champagne che, presso la foresta di Citeaux, fondò la famosa omonima abbazia.
La riforma monastica, proposta da Roberto, aveva subito acquistato, per opera di Bernardo di Chiaravalle, un grande credito anche in Italia, dove si diffuse lungo tutta la penisola.
Costretti al silenzio e a una durissima operosità, i cistercensi cercavano i loro asili nelle zone più lontane dagli insediamenti umani, in località disabitate e inaccessibili: paludi, foreste, alture, zone montane.
Essi ritennero che la Montagna dei Fiori, con i suoi boschi, i pascoli e i sentieri difficili da percorrere , fosse il luogo più adatto per costruire una loro dipendenza, quindi niente di meglio della grotta naturale, che si apriva lassù in mezzo al masso, al di sopra di quegli enormi frammenti di pietre e di quella vigorosa vegetazione, alla quale si poteva accedere mediante una stretta gola, che si trovava aperta dentro il vivo sasso.
Eretto il monastero, i cistercensi lo dedicarono a San Marco e, dal nome dell'evangelista, si intitolò sin da allora anche il colle sovrastante. I monaci, oltre le salmodie, durante le ore di riposo si dedicavano agli studi e alle arti, affrescando, sulle pareti della grotta, Santi dalle grandi aureole e Vergini divine.
La struttura a due piani è ricollegabile a quella presente nella chiesa ascolana di S. Manria delle Donne (1250 circa). Case e torri gentilizie ascolane mostrano ancora in qualche caso un ambiente voltato a pianterreno, e si può stabilire un suggestivo parallelo il prospetto stesso dell'eremo e il prospetto del cosiddetto Palazzetto Longobardo (sec. XII), la dimora gentilizia caratterizzata anch'essa da semplici pareti traforate da bifore. Ci troviamo di fronte ad un chiaro esempio di come edilizia civica ed edilizia sacra abbiano forti fattori in comune quando sono entrambe basate sulle possibilità espressive di una pratica costruttíva essenziale e funzionale.
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